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Land grabbing: speculatori in azione

Il fenomeno del “LAND GRABBING” rappresenta l’accaparramento di terreni agricoli a prezzi o affitti irrisori, soprattutto in Africa, da parte di speculatori mondiali. E’ un fenomeno che mette in evidenza una vera e propria tragedia per i contadini di tutto il pianeta. L’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani stabilisce che ogni individuo e ogni comunità hanno il diritto di entrare in possesso delle risorse e dei mezzi necessari a produrre o a procurarsi cibo in quantità adeguata alla sussistenza e ogni Stato deve garantire che questo avvenga. La realtà, però, ci parla di migliaia di famiglie di contadini espulsi con la forza dalle loro terre e privati dei loro prodotti, fonte della loro sussistenza. Stimare la dimensione del land grabbing a livello globale è difficile a causa della mancanza di disponibilità, sia dei governi, sia dei settori privati, a rendere pubbliche le informazioni sulle trattative e sugli accordi in tale ambito. La Fao informa che il fenomeno è in crescita esponenziale negli ultimi due anni soprattutto in Africa. Alcuni studi svolti tra il 2004 e il 2009 in Etiopia, Ghana, Madagascar e Mali rivelano che circa due milioni di ettari di terra sono stati trasferiti a proprietari stranieri, compreso un progetto di irrigazione di 100.000 ettari nel Mali, una piantagione di 452.500 ettari per la produzione di agro-carburanti in Madagascar, un progetto zootecnico di 150.000 ettari in Etiopia. Il Relatore sul Diritto al cibo delle Nazioni Unite Olivier de Schutter in un recente inventario ufficiale ha trovato ben 389 acquisizioni di larga scala di terra agricola a lungo termine in 80 Paesi. Solo il 37% dei cosiddetti progetti di investimento mirano a produrre cibo, mentre il 35% è destinato ad agro-carburanti. Quindi 19,5 milioni di ettari di terra agricola si trasformano ogni anno in aree industriali e immobiliari. In meno di due anni, tra il 2007 e il 2009, almeno 20 milioni di ettari di terreni coltivabili – pari ad un’estensione in Italia che va dalla Valle d’Aosta fino a Napoli – sono stati oggetto di negoziati e accordi tra governi e società private. E’ per questo motivo che questo tema è stato centrale al Forum Mondiale di Dakar dello scorso mese di febbraio, dove le organizzazioni contadine e le organizzazioni della società civile di angoli tutto il pianeta si sono incontrate per testimoniare singole esperienze di lotta e di resistenza e per sottoscrivere un appello che vuole denunciare la gravità del fenomeno. Tutti hanno riconosciuto che in presenza di una ineguale distribuzione della ricchezza nelle aree rurali, migliorare la produzione non basta, c’è bisogno di ridistribuire la terra con una riforma agraria. L’appello chiede ai parlamenti e ai governi nazionali di: interrompere immediatamente con una moratoria tutti i fenomeni di accaparramento delle terre in corso; introdurre meccanismi diversi di accesso alla terra e di garanzia dei piccoli produttori contro il land grabbing; promuovere la riforma agraria ovunque vi sia concentrazione delle terre e scarso accesso, soprattutto per i più giovani; offrire alternative concrete ai contadini per arginare l’esodo dalla terra che non si arresta.

Per sottoscrivere la petizione: http://www.petitiononline.com/dakar/petition.html

Questa iniziativa è sostenuta dal MES Movimento per l’economia della solidarietà :http://www.facebook.com/pages/Movimento-economia-della-solidariet%C3%A0/123646337693326

 

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La chimica ed il biologico

Cominciamo dall’inizio…l’agricoltura chimica si diffonde e si afferma nel XX secolo per alcune scoperte scientifiche. Justus von Liebig nel 1839 aveva scoperto che gli organismi vegetali necessitano almeno di tre elementi chimici: azoto, fosforo e potassio per poter crescere rigogliosi. Ciononostante per molto tempo si continuò a conciliare le piante con letame di origine naturale. La chimica non era ancora così sviluppata per essere usata massicciamente in agricoltura. Dal 1920 in poi ci furono i presupposti per produrre fertilizzanti e insetticidi chimici, che divennero però convenienti solo dopo la Seconda guerra mondiale, per effetto di una diminuzione dei costi energetici. La chimica ha rivoluzionato il modo di produrre alimenti, introdotto metodi agricoli nuovi in poco tempo. Per effetto di queste innovazioni si è raggiunta una quantità maggiore di alimenti, ma non una migliore qualità nutrizionale degli alimenti stessi. Ad aggravare la situazione, causata da tale silenzioso rivolgimento, è che l’aspetto dei prodotti dell’agricoltura chimica è uguale a quello dei prodotti dell’agricoltura biologica, perciò i consumatori non sono in grado di distinguerli se non sono informati e preparati sulle differenze di qualità nutrizionali. Un prodotto di agricoltura chimica non ha la stessa composizione nutrizionale di un altro di agricoltura biologica: ha più nitrati, residui di pesticidi e di diserbanti e ha meno vitamine e sali minerali. La cosa più grave è che possono essere ridotti o addirittura assenti gli oligoelementi, fondamentali nella dieta dell’uomo. L’agricoltura chimica ha completamente dimenticato che il terreno è vivente e che deve produrre alimenti di qualità per meglio nutrire le cellule umane e mantenere in salute l’uomo e gli altri esseri viventi. Ha rincorso solo il mito della quantità con lo scopo dichiarato di sconfiggere la fame nel mondo (i risultati sono sotto gli occhi di tutti: in mezzo mondo si continua a morire di fame). Se dopo mezzo secolo ciò non è stato raggiunto, è legittimo mettere in stato d’accusa l’agricoltura chimica ed economica attuale, oltre all’inquinamento generale e all’alimentazione insufficientemente nutriente e dannosa alla salute. Meglio un etto di carne e pane biologici che due etti degli stessi prodotti privi di nutrienti e dannosi alla salute. Le cifre parlano chiaro. Nel mondo sono più di tre milioni all’anno le persone intossicate dai pesticidi. Circa 37.000 tumori sono associati ad alti livelli di esposizione ai pesticidi o a una lunga convivenza con gli stessi. Si noti che i bambini sono più a rischio perché la quantità di aria e cibo inquinati che assumono in relazione al loro peso, è maggiore degli adulti. Nei bambini i tumori possono dipendere anche dall’inquinamento ambientale per contatto diretto e anche per esposizione della madre in gravidanza. Questi pochi esempi siano sufficienti per farci capire i danni provocati all’ambiente e alla salute dall’agricoltura chimica.In questi ultimi anni si sta ritornando all’agricoltura naturale (biologica) arricchita da scoperte e metodi di lavorazione biologici ed ecologici e che fornisce alimenti di alta qualità nutrizionale per la salute, di gusto migliore e migliora l’ambiente. Nel mondo del biologico il terreno è al primo posto nelle attenzioni e nelle cure di chi coltiva. Sembrerebbe ovvio, ma non è cosi in agricoltura chimica, in cui al primo posto è la resa quantitativa e non qualitativa del prodotto. E nel rispetto del terreno (organismo vivente) e della qualità dei prodotti che l’agricoltura biologica usa come fertilizzanti materie organiche naturali (animali, vegetali e minerali) che ricostituiscono il terreno agrario naturale. Ma come si può essere sicuri che un prodotto sia biologico? A questo proposito è bene sapere che si possono considerare biologici solo quegli alimenti che provengono dall’agricoltura prodotta con metodo biologico, L’unico regolato da precise norme europee. Mentre l’agricoltura chimica non ha praticamente alcun controllo, se non quello occasionale “a campione” . La novità fondamentale dei prodotti biologici è che sono certificati su ogni contenitore del prodotto, cioè possono essere posti in commercio soltanto se il produttore è stato controllato, almeno due volte l’anno, durante la produzione, da uno degli organismi italiani neutrali appositi. Il metodo biologico esclude l’impiego di prodotti chimici di sintesi e di organismi ottenuti con l’ingegneria genetica. Per la difesa delle specie coltivate l’agricoltura biologica opera attraverso la prevenzione, ha grande cura del terreno e utilizza le varietà vegetali più resistenti. L’esclusione di pesticidi, fertilizzanti e diserbanti chimici dall’agricoltura biologica, conduce a prodotti non inquinati, dunque migliori per la salute di tutti noi. Numerose ricerche svolte negli ultimi decenni (si veda quella del tedesco Schupman di Heisenhein, del francese Laison di Marsiglia e quelle commissionate dal Ministero dell’Agricoltura inglese) hanno confrontato le caratteristiche nutrizionali di prodotti biologici con quelli dell’agricoltura convenzionale chimica, dimostrando che i prodotti biologici sono migliori, cioè hanno qualità nutrizionali superiori perché contengono più vitamine, più oligoelementi, spesso hanno un gusto migliore e contengono meno acqua. Inoltre, i prodotti biologici sono stagionali, non vengono prodotti in serre calde, fuori stagione, perché in tal modo perderebbero quei componenti che sono fondamentali per la salute del nostro organismo. Non sono colti immaturi o tenuti in frigorifero per mesi o fatti maturare artificialmente. I prodotti bio costano forse di più e la risposta appare chiara: quando migliora la qualità, aumentano i costi; la quantità di produzione biologica è inferiore per ettaro, occorre più mano d’opera, il consumo ancora insufficiente per rendere il trasporto dei prodotti inferiore. Infine ci sono i costi di controllo e certificazione e quando acquistiamo un prodotto biologico paghiamo anche i costi per disinquinare l’ambiente. Questo comunque non significa che fare la spesa “bio” sia più caro in assoluto. Chi acquista in maniera collettiva (anche come GAS Gruppo di Acquisto Solidale), come ad esempio su http://www.agritoscana.net/ , ottiene prezzi più bassi. Dato che viviamo in un mondo rivolto soprattutto ad un miglioramento della vita solo in termini economici ed esteriori, ma di scarsa qualità, perché non cominciare a nutrirci in modo più attento, intelligente, salubre e scientificamente rispettoso della salute e dell’ambiente ?

 

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L’invecchiamento: tutto parte dalla tavola

Molto interessante quanto emerso da un’indagine dell’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano su un campione di circa 4000 persone di età superiore ai 40 anni per quanto riguarda l’invecchiamento. Diciamo che tutto parte dalla tavola e trova in prima fila gli uomini, nelle retrovie le donne, ancora più dietro i fumatori. Questi ultimi i più disattenti a tavola rispetto alle regole nutrizionali contro l’invecchiamento cellulare. Sono gli uomini a introdurre più antiossidanti, agenti che potenziano i nostri meccanismi di difesa contro i dannosi radicali liberi. Gli uomini infatti introducono in media più acido ascorbico, carotenoidi, licopene, retinolo, tocoferolo e zinco, rispetto alle donne di pari età; ma anche così quasi un terzo di loro risulta comunque scarso di apporti di antiossidanti raccomandati. Sembra che i fumatori, che producono una quantità maggiore di radicali liberi e avrebbero quindi bisogno di potenziare il proprio sistema di difesa, introducono invece quantità più basse di sostanze antiossidanti rispetto ai non fumatori. L’invecchiamento precoce della pelle è uno dei segnali più conosciuti e visibili dello stress ossidativo causato dai radicali liberi, molecole prodotte naturalmente dal corpo umano, che sono a loro volta causa di molte patologie. Sicuramente avere una alimentazione equilibrata e ricca di antiossidanti aiuta a combattere l’invecchiamento precoce delle cellule, non solo quelle della pelle, che possono creare dei problemi estetici, ma anche quelle nervose, responsabili di vere e proprie patologie, anche importanti, come le malattie neurodegenerative. Dall’indagine quindi viene fuori il consiglio di rivedere le proprie abitudini alimentari, non solo introducendo alimenti che esercitano un’azione protettiva nei confronti dei radicali liberi, come frutta e verdura, ma anche andando a modificare comportamenti scorretti che possono aumentarne l’attività, come il seguire una dieta troppo ricca di grassi animali o di ferro.

 

 
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Pubblicato da su 2 aprile 2011 in Salute e benessere

 

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Farsi il pane bio in casa

Stufo del pane che acquistato la mattina, la sera diventa immangiabile (oltre poi che nessuno si azzarda a farlo in zona con farine biologiche…) ho deciso di farmelo in casa usando una piccola attrezzatura alla portata di chiunque. La macchina per il pane è grande quanto un forno elettrico e riunisce al suo interno le funzioni di impasto, lievitazione e cottura. E’ possibile cuocere pane in forme da 500 grammi o un chilo simili a quello in cassetta  Con 75 euro da Euronics ne ho acquistata una. Mi sono poi procurato su www.agritoscana.net la farina 00 biologica e quella integrale. Ho letto le semplici istruzioni e ho messo gli ingredienti in ordine: prima acqua, un pizzico di sale, farina, lievito. Tre ore e mezza dopo il pane bio è pronto !

 
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Pubblicato da su 1 aprile 2011 in Salute e benessere

 

Le mille frontiere del Bio. Anche la Cosmesi Biologica

Saranno sicuramente contente le donne, da sempre le maggiori utilizzatrici di prodotti per la pelle e per la cura del corpo, della cosmesi biologica! Quelle più attente non soltanto alla marca famosa di un prodotto, ma anche alle componenti e agli ingredienti interni! La cosmesi biologica è una delle tante nuove frontiere del Bio!

In un mondo, infatti, che si fa sempre più artificioso e costruito le donne, ma anche tanti uomini, mostrano sempre  più interesse e un crescente desiderio di naturalità e di trasparenza  per i prodotti per la casa, per gli alimenti e anche per i prodotti estetici. E’ giusto chiedersi letteralmente cosa ci mettiamo in faccia oggi???
Siamo sempre più attenti a quello che mangiamo – Mangio ergo Sum – ma anche le creme e i prodotti che ci spalmiamo sulla pelle sono importanti per il nostro benessere. La sempre maggiore presenza di prodotti chimici, di profumi nei bagnoschiuma, nei saponi, nelle creme per le mani e per il corpo può provocare alla lunga anche allergie o intolleranze tutt’altro che piacevoli. Come se il profumo o il colore di un prodotto contasse più delle sue componenti interne o del motivo per cui si utilizzano.

Ben vengano quindi prodotti più naturali e meno manipolati, ma senza farsi prendere dall’eccessivo entusiasmo è importante anche saper riconoscere se realmente ciò verso cui ci indirizziamo sia un prodotto biologico che possa avvalersi a ragione di tale dicitura. Uno strumento di cui ci possiamo avvalere è il  Consorzio di Certificazione dei Prodotti Biologici (CCPB) che presenta un nuovo sistema di certificazione e controllo per i prodotti cosmetici biologici per tutelare il consumatore e i mercati nei confronti dell’ambiente e della salvaguardia delle sue risorse. Un cosmetico per essere definito biologico deve almeno contenere il 95% in peso d’ingredienti biologici certificati altrimenti si possono trovare anche cosmetici ” con ingredienti biologici” che devono in questo caso averne almeno il 70%.
Maggior sicurezza la può fornire  anche la presenza del marchio biologico ICEA, AIAB, DEMETER, ECOCERT, PBBC apposto nel prodotto cosmetico che ci interessa.
In tutti i casi è comunque sempre importante informarsi prima e leggere bene l’etichette per non imbattersi in falsi biologici e poter così godere a pieno di una ritrovata naturalità!

 
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Pubblicato da su 28 marzo 2011 in Salute e benessere

 

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Detersivi ? ecco come farne uno autoprodotto

Ricetta per il detersivo piatti (sia a mano che in lavastoviglie..ottimo anche per il lavandino del bagno)

- 3 limoni
- 200 ml di aceto bianco
- 400 ml di acqua
- 200 gr. di sale fino
Procedura :
Si spremono i limoni. Si rivoltano su se stessi e si toglie la pellicina dell’interno del limone in maniera semplice.i taglia la buccia a pezzettini e si mette a frullare con il sale, il succo di limone e l’aceto. (Consiglio l’uso del frullatore con il manico verticale perché è più pratico). Poi metto questo frullato in una pentola aggiungendo l’acqua. Si fa bollire il tutto per 15 min. e poi si frulla tutto insieme molto bene per evitare depositi nel filtro della lavastoviglie. Meglio conservare in una bottiglia di vetro. Se si ha qualcosa di molto unto, si può pulire con una semplicissima pastella di bicarbonato (biologico e non di multinazionale), fatta con due cucchiaini di bicarbonato e qualche goccia d’acqua per creare la densità giusta da usare con la spugnetta per i piatti. Si lascia agire la pastella sull’unto dopodiché si passa la spugnetta e si potrà sciacquare.

 
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Pubblicato da su 16 marzo 2011 in Recensioni sui prodotti, Ricette

 

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Prevenzione delle malattie degenerative con la corretta alimentazione

Ho letto con piacere di una iniziativa nel Veneto che condivido in pieno e rispecchia i concetti che portiamo avanti come Associazione Free Tuscany e DES Siena.  Si tratta di un progetto ampio e articolato ed ha lo scopo di permettere ai cittadini di fare prevenzione nei confronti delle malattie cronico degenerative di lunga genesi (obesità, diabete, sindrome metabolica, malattie cardio-circolatorie, tumori, Alzheimer, Parkinson), attraverso un’opportuna alimentazione, attuata con cibi provenienti da produzioni biologiche e sostenibili. La mission è creare un sistema territoriale integrato di qualità e salute che parta dal produttore di alimenti e arrivi a fare informazione scientifico-culturale presso il consumatore, mettendo al centro di tutta la filiera la salute del cittadino. Il punto di forza è dato da un sostegno scientifico interdisciplinare mai applicato sistematicamente alla filiera agro-alimentare, basato su strumenti e processi ad altissimo contenuto tecnologico e d’innovazione. Qui di seguito riporto l’analisi di Daniele Degl’Innocenti – Facoltà di Medicina dell’Università di Verona e Andrea Tronchin di Naturalmente Verona per la realizzazione di un sistema distributivo e produttivo territoriale per la prevenzione delle malattie cronico degenerative mediante l’alimentazione.

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Le indagini epidemiologiche e l’andamento demografico stanno mostrando, nei paesi industrializzati, uno scenario preoccupate: progressivo allungamento dell’aspettativa di vita accompagnato da una sempre maggiore incidenza delle malattie cronico degenerative. La preoccupazione riguarda la qualità della vita, sempre più diffusamente e precocemente minata da obesità, sindrome metabolica, diabete di tipo 2, malattie cardio-circolatorie, tumori e malattie neuro-degenerative (Alzheimer e Parkinson). Inoltre queste malattie tendono a manifestarsi sempre più precocemente, aumentando la quota di popolazione con minore capacità lavoro per malattia o conseguente disabilità. A questo quadro, in Italia, si aggiunge un’importante riduzione delle nascite (anche nel 2010 si è registrata una riduzione dei nati del 2%, nonostante la prolificità delle donne immigrate) che dal 2025 vedrà quasi 16 milioni di persone sopra i 65 anni rispetto ai giovani fino a 25, che non raggiungeranno i 13 milioni. Per questo, al di là della salute del singolo cittadino, è necessario che questa popolazione di anziani mantenga elevata la propria qualità di vita e continui a dare il proprio contributo lavorativo.

Le cause principali di queste risiedono in un’alimentazione e uno stile di vita inadeguati, ma è la prima che ha le maggiori responsabilità. La ricerca medica ha chiaramente individuato i fattori che concorrono alla diffusione di queste malattie e che rendono evidente l’errore di considerare gli alimenti soltanto come beni da vendere e comprare, magari belli e gradevoli ma incapaci, nel lungo periodo, di difendere il nostro organismo dalle malattie o, peggio, di esserne la causa. Nessun alimento che rispetti i requisiti di legge, è completamente buono o cattivo. Ognuno porta fattori positivi e negativi ma è il complesso della dieta che, dopo 10 o 20 anni, gestazione compresa, esita in uno stato di salute o malattia. Non è da molti anni che la ricerca medica ha individuato nei cibi quali sono i fattori negativi, che inducono queste malattie. Si tratta dei cosiddetti “contaminanti organici persistenti” (metalli pesanti, pesticidi – insetticidi, fungicidi, erbicidi – PCB, diossine, ftalati provenienti dai contenitori), cui si aggiungono radiazioni ionizzanti, raggi ultravioletti, microrganismi, fumo di sigaretta, composti derivati dalle cotture e altri che si formano durante la conservazione dei cibi (nitriti e nitrati, micotossine) o utilizzati proprio per questa (fosfati inorganici). Sono sostanze soggette a bioaccumulo e che manifestano una forte sinergia nell’indurre, in organi, tessuti e cellule, un’attività ossidante e infiammatoria e i conseguenti guasti che esitano nella malattia.

A tutti questi fattori se ne aggiungono altri, legati alla sempre più scarsa attenzione che i cittadini danno al cibo, questione ancor più grave quando coinvolge i bambini. La dimostrazione che al cibo non è data più l’importanza che merita, risiede nella scomparsa del passaggio generazionale della cultura del cibo: le mamme non insegnano più alle figlie a cucinare. La conseguenza è la diffusione di cibi in cui prevale di gran lunga la presenza di acidi grassi saturi e trans e di carboidrati raffinati, tutti altamente coinvolti nell’indurre le malattie cronico degenerative. Grassi e carboidrati, con un elevato contenuto calorico, sono sistematicamente presenti nelle formulazioni di cibi industriali, artificialmente molto gradevoli, che spingono a comportamenti analoghi alla dipendenza da droghe. Nei bambini questi cibi inducono un imprinting alimentare sbagliato, che li condizionerà per tutta la vita.

L’altro aspetto è legato all’azione di protezione esercitata dagli alimenti. Questi, fino al dilagare della monocoltura, dell’agricoltura e dell’allevamento industriali, al dominio della globalizzazione e delle lunghe catene alimentari, portavano con sé, oltre alle note vitamine, quelle molecole che più profondamente interagiscono favorevolmente con il nostro metabolismo. Si tratta di complessi antiossidanti, protettivi del microcircolo, anticolesterolici, anticancerogeni, acidi grassi polinsaturi omega 3, ecc., che, in generale, si oppongono all’azione dei contaminanti organici persistenti, di tutti gli altri fattori soggetti a bioaccumulo e dei prodotti endogeni aggressivi (radicali liberi, ecc.). Queste sostanze sono presenti solo se frutta e verdura sono ottenute con una maturazione non forzata, “effettuata in pianta”, e non sono conservate a lungo o se gli animali da cui provengono sono cresciuti o vivono su un pascolo di cui si nutrono veramente.

Per i motivi sopraelencati, gli alimenti con cui fare la prevenzione delle malattie cronico degenerative, non devono contenere contaminanti soggetti a bioaccumulo, essere ottenuti con tecniche biologiche o ad esse assimilabili, in territori non inquinati, maturati “in pianta” o allevati “al pascolo”, non conservati a lungo. Queste caratteristiche devono però essere veramente presenti, a ogni produzione, a ogni consegna, perché la posta in gioco non è più soltanto l’acquisto di un prodotto che, si spera, sia sincero, ma la salute del cittadino consumatore: mentre i sensi, le emozioni e la razionalità possono essere facilmente ingannati, il metabolismo, alla fine, presenta sempre il conto.

La difesa del valore nutrizionale: il primo valore aggiunto della filiera

Il rischio di comprare un cibo per un altro è sempre in agguato e oggi vi sono sistemi molto più sensibili e precisi di occhio, naso e lingua, o dei sistemi di certificazione, per giudicare non solo se un prodotto corrisponde veramente al dichiarato ma, soprattutto, capire qual è l’interazione di questo alimento con l’organismo e la sua salute. In altre parole se e quanto questo alimento porta verso la prevenzione o l’attivazione delle malattie cronico degenerative. Questi sistemi si basano su tecnologie di indagine proprie del settore medico farmaceutico, che ormai sono disponibili a costi sostenibili, anche al settore agroalimentare. Tra queste spiccano la risonanza magnetica e la biologia molecolare utilizzate in modo tra loro integrato, con cui si effettuano le indagini sia sugli alimenti sia sull’organismo. Mettere come obiettivo centrale la salute del cittadino, la prevenzione delle malattie cronico degenerative, comporta benefici economici anche alla filiera produttiva. Le produzioni “certificate” (DOP, DOCG, IGT, biologico, ecc.) risentono in modo economicamente devastante della facilità con cui questi stessi sistemi possono essere elusi. Il meccanismo è sempre lo stesso per tutte le categorie di prodotti: sono immessi sul mercato prodotti non “originali” o non rispondenti ai disciplinari, a prezzi leggermente più bassi rispetto a quelli del corrispondente mercato, avviando una spirale in discesa fino a portare i prezzi sotto il costo di produzione dei prodotti realmente rispondenti ai disciplinari. In generale gli altri produttori o si adeguano o chiudono e il consumatore si disorienta sempre più e il sistema perde credibilità. La produzione reale di alimenti “per la salute e la prevenzione” può sottrarre un’intera filiera e/o un territorio a queste logiche e alla globalizzazione: le proprietà salutistiche di un alimento, e quindi il suo “profilo metabolico”, non possono essere riprodotte in altri territori o con altri processi, né tanto meno essere sostituite con prodotti “truffaldini”: si ingannano i sensi ma non le tecnologie di controllo sopra indicate. Così come non si inganna il metabolismo. Questi sono “i fondamentali” per la reale valorizzazione e salvaguardia dei prodotti di un disciplinare, di un territorio, della tradizione: controllare in modo strumentale la rispondenza di un prodotto a specifiche d’identificazione d’origine, significa tutelare il consumatore, che paga il prodotto per i suoi benefici sulla salute, e il produttore, cui viene economicamente riconosciuta la professionalità necessaria per realizzare prodotti d’inimitabile valore nutrizionale ed edonistico. A ciò si aggiunga che sottoporre uno o più prodotti a un controllo oggettivo, rende credibile l’intera azienda e più apprezzati anche i prodotti non sottoposti a tali controlli.

Vi sono anche sistemi più semplici, legati a un rapporto diretto tra il produttore e il consumatore, tra cui si può instaurare una relazione di fiducia e amicale; al mercato come in azienda. Sono rapporti che si basano sul desiderio di salute di un consumatore ignaro delle pratiche agricole e sulla capacità di “vendere sicurezza” del produttore, evidentemente auto referenziato. I consumatori critici organizzati, ad esempio nei GAS, possono supportare il percorso di informazione e la formazione del cittadino/consumatore.

Come sopra riportato, il consumatore non critico ha un comportamento sempre più superficiale con il cibo e con un salto generazionale perde ogni rapporto non solo con la cultura del cibo ma anche, e soprattutto, con la campagna e i suoi sistemi di produzione. L’epidemiologia dimostra che un cittadino su tre soffre di una delle malattie cronico degenerative e questo rende in pratica ogni famiglia potenzialmente sensibile al problema “cibo e salute”, senza parlare di quelle in cui sono presenti bambini, che rappresentano circa il 43% delle famiglie. Quindi è sui nuclei famigliari con bambini e su quelli che hanno già subito una di queste malattie o le sue avvisaglie, su cui orientare un’attività coordinata e organica d’informazione e formazione sul rapporto tra alimenti e salute. Sono queste le famiglie cui proporre per prima la possibilità di fare un investimento sulla salute attraverso l’acquisto di prodotti di qualità. Ma l’azione informativa e formativa deve essere costante e durare nel tempo, allo scopo di tenere viva l’attenzione del cittadino sul ciò che mangia e di orientarlo verso un consumo gradevole e non di tipo “terapeutico”. Occorre quindi un’azione con cui stimolare la crescita della conoscenza e della consapevolezza, che riporti il cibo al centro delle attenzioni della vita quotidiana. Un approccio che deve trovare il suo spazio in uno stile di vita moderno senza sbattere contro la mancanza cronica di tempo o il forte richiamo dell’effimero dilagante, come lo shopping. Occorre quindi un approccio “morbido”, di tipo culturale, cui affiancare con discrezione quello medicale o scientifico. L’informazione e la formazione del consumatore, devono basarsi sull’emozione, la convivialità e il senso di appartenenza, in modo che “il tornare in cucina” sia un atto gratificante, qualificante e non particolarmente impegnativo: la donna non torna a fare “la massaia” del dopoguerra, bensì torna a occuparsi della salute e del piacere dei propri congiunti attraverso il cibo, magari condividendone con loro la preparazione e la conoscenza. L’attività di informazione e formazione, effettuata non in prima persona dai produttori, altrimenti auto referenziati, ma da una struttura terza e quindi credibile, rappresenta il secondo valore aggiunto ai prodotti. Un valore che, anche se presente alla produzione, viene perso se l’informazione sul prodotto, sulle sue caratteristiche anche nutrizionali, non arriva al consumatore finale. Come accade nella Grande Distribuzione Organizzata o quando c’è di mezzo un intermediario che, per la deperibilità dei prodotti agroalimentari, ha gioco facile nell’abbassare il prezzo di acquisto e grandi difficoltà a spuntare elevati prezzi di vendita.

Serve aiuto in cucina per la famiglia post moderna: infatti con la cronica mancanza di tempo e il mancato passaggio generazionale della cultura del cibo, spaventano chi vorrebbe avvicinarsi al cibo “salutistico”, preparato e cotto in cucina. Cercare gli alimenti giusti, procurarseli, prepararli e cuocerli in casa, si scontra tremendamente con gli stili di vita attuali. Rivolgersi alle tradizioni antiche dà momentanee emozioni, che si spengono nelle lunghe e complesse preparazioni, nelle ricette con tanti componenti, realizzate senza avere a fianco le mamme che, in cucina, sono cresciute per forza o per amore. Ma anche perché non sempre la tradizione ha seguito l’orizzonte della salute: quando c’era poco da mangiare, si cucinava con lo scopo di rendere commestibile qualsiasi cosa. Inoltre attuali conoscenze sulla conservazione dei cibi, sulle reazioni che avvengono con la mescolanza dei vari alimenti e/o la cottura, mostrano con quale facilità un cibo può passare da un ruolo di protettore a quello di attivatore di malattia.

Occorre quindi dare alle famiglie informazioni su come gestire i cibi e come cuocerli, con ricette la cui preparazione possa conservare il più possibile o valorizzare le proprietà nutrizionali degli ingredienti. Sempre tenendo presente che il tempo da dedicare alla loro preparazione deve essere ridotto al minimo ma deve dare la massima soddisfazione : il cibo non deve essere vissuto come una terapia, altrimenti la scelta viene abbandonata, deve invece essere vissuto come diritto di affermazione della propria sicurezza e sovranità alimentare, diritti fondamentali dell’umanità.

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……esempio di fruibilità dei cibi per la salute: Agritoscana.net

I consumatori che scelgono di fare della qualità “salutistica” del cibo, si trovano ad affrontare due ordini di problemi: il loro reperimento e il costo.

Per quanto riguarda il reperimento, la questione può essere risolta partecipando agli acquisti collettivi settimanali su http://www.agritoscana.net/ . Si tratta di una una organizzazione commerciale su base etica e propone rapporti di acquisto diretto produttore-consumatore. I prodotti sono tutti di alta qualità certificata (da agricoltura biologica, biodinamica e agriqualità )  e vengono selezionati direttamente dai consumatori.  Per ottenere questi prezzi si cumulano gli acquisti  settimanali raccogliendo gli ordini entro la domenica, poi vengono richiesti i prodotti ai produttori, preparati i pacchi di ciascuno e spediti o consegnati. In questo modo i prodotti sono sempre freschi e la qualità è sempre garantita dalle visite settimanali nei luoghi di coltivazione e produzione. Per partecipare agli acquisti basta registrarsi sul sito e visionare on line tutti i prezzi dei prodotti disponibili, scegliere mettendo nel carrello, chiudere l’ordine, pagare in piena sicurezza. Tutti gli ordini si chiudono ogni domenica alle ore 24,00. Le spedizioni iniziano il mercoledì successivo.

Con http://www.agritoscana.net/ la distribuzione di cibi, con cui fare prevenzione, viene incontro alle moderne necessità delle donne e delle famiglie, permettendo un facile approvvigionamento attraverso la realizzazione di un sistema di Piccola Distribuzione Organizzata (PDO)  a costi paragonabili a quelli della GDO, tramite la definizione del prezzo secondo quanto stabilito nella “Carta d’intenti del Distretto di Economia Solidale della provincia di Siena DES Siena“. Alta qualità ad un costo equo.  

 

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Da provare: gnocchetti di grano saraceno all’ortica

 
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Pubblicato da su 10 marzo 2011 in Ricette

 

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Il cheese cake biologico !

Ieri sera ho ricevuto una email da un amico ristoratore , nella quale mi parlava di “cheese-cake biogico alla zucca” preparato per alcuni suoi ospiti speciali.

Ingredienti per Organic Cheese-Cake

150 gr. di una zucca
300g di caprino morbido tipi francese bio della val d’orcia
1 cucchiaino di cannella
2 uova
2 cucchiai di succo di limone
150 g di zucchero
250g di bicottini secchi
1 pizzico di sale
150g di margarina vegetale
2 cucchiai di zucchero di canna

Preparazione

Per prima cosa preparate la base di biscotti. Pestateli in un mortaio fino a sbriciolarli, incorporate la margarina lasciata ammorbidire a temperatura ambiente e lo zucchero di canna. Lavorate fino ad avere un composto omogeneo. Imburrate (sempre co la margarina) una tortiera. Sul fondo create uno strato ben compatto con il composto di biscotti. Lasciate raffreddare in frigorifero per almeno 30 minuti. Nel frattempo preparate il composto di zucca. Cuocete in pentola a pressione la zucca per circa 20/25 minuti coperta d’acqua, Scolatela e frullatela. Aggiungete gli altri ingredienti e mescolate bene fino ad ottenere una crema non troppo liquida e priva di grumi. Versate la crema di zucca sulla base di biscotti e infornate a 180° per 40 minuti. Controllate la cottura con uno stecchino. Spegnete il forno e lasciatevi riposare la torta anche per una decina di minuti. Aspettate si sia intiepidita per sformarla e servirla.

 
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Pubblicato da su 7 marzo 2011 in agricoltura biologica, Ricette

 

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Un mercato in crescita, il caffè certificato biologico ed equo solidale

Uno dei settori più in crescita nel mondo del caffé è quello del caffé biologico. Questo settore un po’ si confonde e un po’ si porta dietro il caffé equo e solidale.

Ma cosa sono queste due definizioni, il caffé equo e solidale e il caffè biologico?

Il caffé biologico è coltivato senza alcuna sostanza chimica e nel pieno rispetto dell’ambiente. La difesa dagli insetti dannosi viene effettuata mediante l’impiego di insetti, l’utilizzo di sostanze di origine minerale, vegetale, animale e di piante resistenti; la fertilità del terreno viene mantenuta e potenziata con concimi naturali e pratiche agronomiche corrette; la difesa dalle erbacce viene effettuata senza alcun pesticida, utilizzando tecniche meccaniche e agronomiche.

Il caffé equo e solidale, è invece un caffé coltivato nel rispetto delle persone. Ai proprietari di piccole piantagioni infatti, soprattutto quando riuniti in cooperative, viene pagato un prezzo che non scende mai sotto una certa soglia, garantendo così una ragionevole certezza di reddito. Inoltre i contratti vengono firmati per una durata di più anni, e si incoraggiano progetti socialmente utili nella comunità.

Il mondo del caffé equo e bio non è sfuggito al concetto di mercato dei servizi. Servizi che si sono soprattutto esplicitati nel mondo delle certificazioni. Sono infatti diverse le sigle che promettono di garantire (e di comunicare al consumatore tramite marchio) che il caffé e le tecniche utilizzate sono veramente bio ed equo.

Fra i marchi più conosciuti sicurmente Molinari con un prodotto 100% arabica certificato sia bio che equo solidale. Il caffè è risultato (anche valutato il parere di altri amici veri “cultori” del caffè) ottimo come aroma, dolcezza e acidità,buono come corpo.

Questo prodotto lo trovi su: http://www.agritoscana.net/categorie-1423/Caffè-biologico.aspx

 

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